Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Autore: Remo Rapino
Anno edizione: 2019
Editore: Minimum Fax

Che ne posso sapere io che non l’ho visto mai e mai ci ho parlato. Io sono venuto dopo. A me mia madre mi diceva che io avevo gli occhi uguali ai suoi. Questo solo so. E fin da quando ero nu guaglione piccolo piccolo, e poi pure da più grosso, ogni volta che passavo davanti a uno specchio o una vetrina, sempre mi guardavo, ma solo gli occhi mi guardavo, per cercare di capire come era fatto mio padre, almeno la sguardatura, il colore almeno degli occhi suoi.

Liborio Bonfiglio è un personaggio che non si dimentica facilmente. È il pazzo del paese, quello che tutti deridono, ed è il narratore del romanzo di Remo Rapino. Nasce nel 1926, in un paese di cui non conosciamo il nome, vive con sua madre e non sa niente del padre da cui ha ripreso solo gli occhi. Quando l’unica donna che gli ha donato affetto muore, Liborio lascia la scuola e va a lavorare; da questo momento hanno inizio una serie di avventure che troveranno fine nel 2010.
A far compagnia al protagonista una panoramica di personaggi che incontra durante il suo lungo viaggio: dal paese in cui è nato va a Milano, poi Bologna, trascorre un periodo in manicomio, per poi tornare alla terra d’origine a passare gli ultimi anni della sua vita.
Va in scena la storia, quella del Novecento: la guerra, la Resistenza, il lavoro in fabbrica e il sindacato. Una storia raccontata in una lingua ingenua, colorita, inesperta, spontanea, ma non del tutto nuova. Anche se alla fine del libro Rapino ci fornisce un glossario è quasi superfluo andarlo a leggere, perché è un lessico intuitivo, simile a quello che ci sarà capitato di ascoltare per strada dalle persone di una volta. È un linguaggio semplice, come la vita a cui aspira il protagonista: una casa, una donna accanto e un lavoro. Ma la sua vita non sarà per niente semplice, sarà macchiata di segni neri, affronterà molte difficoltà, si troverà costretto a commettere qualche “cattiveria rivoltosa” per portare un po’ di giustizia in questo mondo.
È un viaggio nella memoria, ogni aneddoto diventa racconto, e alla fine si scopre che Liborio il cocciamatte ha vissuto più di una persona che si possa definire normale.

Ho visto cose che non si scordano manco a spararsi un colpo in testa, certe scenate che te le porti appresso pure da morto, io Bonfiglio Liborio, ragazzo di anni diciassette, senza arte né parte, orfano di madre, di nonno, a completare l’opera pure senza padre, che chissà dove stava e se pure era vivo, mentre io correvo e guardavo e vedevo e non sapevo se le cose mi si confondevano agli occhi per la polvere che si alzava dalle macerie o per il fumo degli incendiamenti o per la nebbia o perché piangevo, che neanche quando ci ho avuto i miei morti ho pianto tanto.

Remo Rapino costruisce un romanzo capace di provocare sentimenti contrastanti. Scorgiamo l’ironia, suscitata dal racconto di episodi divertenti e dal linguaggio stesso, ma siamo assaliti dalla rabbia e dal tormento per le angherie che il personaggio deve subire.
Liborio ha incontrato pochi veri amici, molti altri lo hanno avvicinato solo per schernirlo, approfittando di quella sprovvedutezza nei rapporti sociali che a un certo punto l’uomo dovrebbe abbandonare. Non è una storia poi tanto lontana dalla realtà, il mondo è pieno di Liborio, chi ne ha incontrato uno, a fine lettura, non può fare a meno di chiedersi che tipo di “amico” sia stato.
Dalle prime pagine si capisce che non sarà una lettura semplice, perché è dettata dal protagonista a cui non appartiene una sintassi e un lessico comune. E questo fatto fa sorgere due domande, alla prima può rispondere solo l’autore: quanto lavoro c’è dietro?
La seconda domanda è: ne è valsa la pena? La risposta non può che essere positiva, perché il sentimento di tenerezza che suscita la lettura è dilagante. La solitudine di Liborio diventa la nostra, e probabilmente ci fa tornare in mente quella volta che volevamo solo essere accettati, ma ci siamo sentiti respinti o derisi.
Liborio dà voce a chi non ne ha, mostra sensibilità, ma anche praticità, e alla fine viene da pensare come il dottore Mattolini Alvise del manicomio: “però mica tanto matto questo mezzo matto Bonfiglio Liborio.”
La parola magica di questo romanzo è memoria, non soltanto perché è un viaggio nei ricordi di un’esistenza vissuta fino in fondo, ma anche perché un personaggio come Liborio, invisibile in vita, lascia tracce indelebili da tramandare per chi resta.

Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose, na cascanna di lacrime, qualche sorrisetto, na cinquina di gioie di straforo, e un dolore grosso come quando al cinema si spengono le luci. Uno si siede davanti alla porta di casa e aspetta che passa la morte che mi dice Guarda Libbò, che è finita la storia e non c’è più parola da dire.

P.S. La cartolina nella foto era per un amico come Liborio che non ho fatto in tempo a salutare… che poi mica era tanto matto, ma come Liborio si sentiva solo.

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